Vendere su marketplace nel 2026: ha ancora senso per un illustratore?

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Aprire uno shop su un marketplace come Etsy o Creative Market, fino a qualche anno fa, era un processo relativamente semplice. Si caricavano i prodotti, si curava la presentazione, e con il tempo le vendite arrivavano. Ho un piccolo shop su Creative Market dal 2019, e ho potuto osservare da vicino la differenza tra quel periodo e la situazione attuale.

Le cose sono cambiate in modo significativo, sarebbe disonesto non ammetterlo. Ma non significa che sia finita. I marketplace continuano a essere una delle fonti di guadagno per un illustratore freelance, e in questo articolo provo a fare il punto su cosa è cambiato davvero, cosa funziona ancora e cosa no, e come orientarsi se stai pensando di investire tempo ed energie su un marketplace nel 2026.

Cosa è cambiato rispetto a qualche anno fa

La concorrenza è aumentata in modo significativo. Su quasi tutti i marketplace ci sono molti più venditori e molti più prodotti rispetto a qualche anno fa. Questo ha due effetti diretti: è più difficile emergere nelle ricerche, ed è più facile che il proprio lavoro si perda in mezzo a tantissimi altri contenuti.

A questo si è aggiunta l’intelligenza artificiale. Su alcune piattaforme, ad esempio su Etsy, negli ultimi anni è arrivata un’ondata di contenuti generati con l’AI. Non sempre chi acquista riesce a distinguerli dal lavoro umano, e questo ha spinto molti artisti a chiudere i propri shop, stanchi di ritrovarsi seppelliti da una quantità enorme di immagini create in pochi minuti e a costo zero.

Eppure non penso che l’AI abbia rovinato il mercato in modo irrimediabile. Penso che abbia reso più evidente una cosa che era già vera: i prodotti mediocri, senza personalità e con una qualità non eccellente, oggi fanno molta più fatica a vendere. Il livello si è alzato, e di conseguenza anche il livello di cura che bisogna metterci.

C’è anche un fatto interessante: una fetta crescente di acquirenti cerca attivamente prodotti realizzati da artisti in carne e ossa, con qualsiasi strumento – digitale o tradizionale – ma da persone reali.

Le politiche sull’AI cambiano da piattaforma a piattaforma

Una cosa che consiglio di valutare concretamente è la politica di ogni marketplace rispetto ai contenuti generati dall’AI, perché cambia molto da piattaforma a piattaforma. Non è un dettaglio: è un fattore che influisce direttamente su con chi ti troverai a competere.

Creative Market

Creative Market consente la vendita di prodotti creati con l’AI, ma ha introdotto un sistema di etichettatura obbligatorio: ogni prodotto deve essere identificato come AI-generated o non-generative. Questo significa che chi acquista può riconoscere il lavoro originale, e in futuro saranno disponibili anche filtri di ricerca per escludere i contenuti AI. Inoltre, nel 2025 la piattaforma ha preso una direzione chiara verso la qualità, scoraggiando i prodotti ripetitivi e curando la homepage con asset selezionati a mano.

Etsy

Etsy è la più complicata. La politica sui contenuti AI esiste: i prodotti generati con l’AI devono essere classificati come “Designed by a seller” (non “Made by”) e il venditore deve dichiararlo nella descrizione. Il problema è l’applicazione. La piattaforma usa un sistema automatico per rilevare contenuti AI, ma sbaglia spesso, a volte segnalando come AI lavori completamente fatti a mano. Ci sono casi di artisti con migliaia di vendite all’attivo a cui è stato rimosso il badge Star Seller dopo ripetuti falsi positivi. Non dico di evitare Etsy a priori, ma di entrarci con gli occhi aperti.

Society6

Society6 ha fatto la scelta più drastica, e vale la pena raccontarla perché è una storia che riguarda tutti gli artisti che vendono online.

A febbraio 2025 la piattaforma ha deciso di passare da marketplace aperto a marketplace curato. In pratica ha rimosso migliaia di account di artisti e ha cominciato ad accettare solo una piccola percentuale delle nuove candidature. A ottobre 2025 ha fatto un secondo taglio, eliminando intere categorie di prodotti: felpe, magliette, calze, zaini, adesivi, orologi da parete. Artisti che da anni vendevano lì si sono ritrovati senza shop da un giorno all’altro.

Comprensibilmente, molti creator si sono arrabbiati, e avevano le loro ragioni. Ma a distanza di circa un anno, devo ammettere che la piattaforma ha subito un salto di qualità: le opere sono curate, la qualità dei design è superiore e non si vede praticamente più nulla di generato con l’AI.

Questa storia è utile per due motivi.  Il primo è il rischio concreto di dipendere da una sola piattaforma: se basi tutto su un unico marketplace, quando cambiano le regole non hai voce in capitolo. Il secondo è che la scelta, drastica ma coraggiosa, di eliminare i design non umani e di bassa qualità ha reso la piattaforma nuovamente interessante. In altre parole, puntare sulla qualità artistica è una scelta che paga.

 

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Redbubble e le altre

Redbubble ammette i contenuti AI ma ha introdotto un sistema di dichiarazione obbligatoria e limiti di upload giornalieri, più bassi per chi carica contenuti generati.

Patterned si posiziona esplicitamente come piattaforma “pro-artista”, con un focus sul lavoro creativo umano, vietando categoricamente i contenuti AI.

Tra le novità, vale la pena menzionare anche Kirke.social, una startup italiana che propone un marketplace con 0% di commissioni per gli artisti e una politica rigorosa anti-AI.

Oltre a queste, esistono anche altri marketplace per vendere illustrazioni online, ognuno con caratteristiche e politiche diverse.

Quali prodotti vendono ancora bene

Su Creative Market, che è il marketplace che conosco meglio per esperienza diretta, i prodotti che continuano a vendere bene sono: pennelli digitali, font, pattern e template grafici. Funzionano perché sono strumenti utili: qualcuno li compra per usarli in un progetto, e se sono validi l’acquirente vorrà acquistarne altri.

Le collezioni di illustrazioni sono più difficili da vendere rispetto a qualche anno fa. Quelle che vendono bene è perché sono ben curate: ricche di contenuti, con tanti mockup, tanti esempi applicativi, descrizioni tecniche fatte bene, e facili da usare per chi le compra.

Quello che non vende più come un tempo è il prodotto poco curato, presentato come una mini galleria, di cui non si capisce l’applicazione pratica. Se chi guarda il tuo prodotto non riesce a immaginarsi come usarlo, difficilmente lo comprerà.

Prima di disegnare, studia il mercato

Questo è un punto che viene troppo spesso sottovalutato. Prima di creare un prodotto, la domanda da porsi è: cosa vogliono davvero le persone che acquistano su questa piattaforma?

Guardare cosa fanno i competitor non significa copiare. Significa capire cosa è popolare, cosa è in trend, dove c’è spazio. Quando si cerca di rispondere alla domanda “cosa creo?”, è importante uscire dalla propria prospettiva e calarsi in quella di chi acquista. Un prodotto può essere bellissimo artisticamente e non avere nessun appeal commerciale, semplicemente perché non risponde a un’esigenza concreta del mercato.

La SEO viene prima del design

Anni fa il processo era: prima si realizzava una collezione, poi si mettevano le keyword e le descrizioni giuste. Oggi il mio consiglio è di fare il contrario: prima si cercano le parole chiave popolari o in trend, e solo dopo si passa alla fase del disegno.

Sembra un approccio freddo, ma non lo è: significa progettare intenzionalmente e creare qualcosa che ha già un pubblico che lo aspetta.

I titoli delle inserzioni, le descrizioni, i tag: sono ciò che consente di essere trovati non solo all’interno della piattaforma, ma anche su Google, da chi non sta cercando direttamente il tuo nome ma sta cercando esattamente quello che hai creato.

Se dovessi scegliere tra curare la SEO e pubblicare su Instagram, scegli la SEO senza esitare: un post social dura qualche ora, un buon prodotto ottimizzato può portare traffico per anni.

Il tuo shop è un negozio, non un contenitore

Pensa ai tuoi negozi fisici preferiti: Flying Tiger, Muji, o un negozio qualsiasi che ami. Quando torni in uno di questi negozi, sai già che genere di cose troverai, e proprio per questo ci torni. C’è un senso di anticipazione, di fedeltà al tipo di prodotto e all’atmosfera di quel brand.

Lo stesso vale per uno shop online. Se chi compra da te capisce subito che tipo di lavoro fai e cosa può aspettarsi, è molto più probabile che torni. Uno shop che sembra un contenitore di cose diverse, senza un filo conduttore, non trasmette quella sensazione.

Quello che l’AI non può replicare: l’emozione

Questa è una delle cose che contano di più in un momento in cui i prodotti generati dall’AI abbondano.

La domanda da farsi è: che tipo di emozione vuoi trasmettere con le tue opere? Chiediti concretamente: quando qualcuno guarda i tuoi prodotti, cosa vuoi che provi? Nostalgia? Leggerezza? Il desiderio di stare all’aria aperta? Quella sensazione specifica è ciò che le persone cercano sempre di più, perché sono stanche di illustrazioni che sanno di computer.

Gli errori che vedo ripetere più spesso

Aprire lo shop e smettere di aggiornarlo

Caricare dei prodotti e aspettarsi che vendano per sempre senza più intervenire non è una strategia sostenibile. È vero che un buon prodotto può continuare a generare entrate passive anche a distanza di anni, ma uno shop fermo perde lentamente rilevanza nelle ricerche.  E chi ha già comprato da te non ha nessun motivo per tornare se non trova mai nulla di nuovo.

Non è necessario produrre in modo frenetico: basta anche solo aggiungere qualcosa di nuovo ogni tanto per mandare un segnale alle piattaforme, e a chi ti segue, che il negozio è attivo.

Trattare i mockup come un dettaglio secondario

I prodotti che vendono meglio oggi non sono quelli con una bella immagine di copertina: sono quelli che mostrano come si usano e come appaiono in un contesto reale. I mockup fanno venire voglia di acquistare prima ancora di leggere la descrizione. Non basta caricare il file e scrivere cosa c’è dentro. Chi sfoglia uno shop compra per soddisfare un desiderio, e i mockup fatti bene hanno lo scopo di far immaginare tutti i progetti che i tuoi clienti potranno realizzare con il tuo prodotto.

Ignorare la SEO

L’ho già detto sopra, ma vale la pena ripeterlo perché è l’errore più comune. I titoli, le descrizioni e i tag sono quello che fa la differenza tra un prodotto che viene trovato e uno che resta invisibile. So che sembra la cosa più noiosa del mondo rispetto al disegnare, ma è quello che separa un prodotto che vende da uno che nessuno vede.

Aprire troppi shop

Qualche anno fa probabilmente avrei consigliato di caricare lo stesso prodotto su più piattaforme per moltiplicare le possibilità. Oggi è diverso. Uno shop mal curato su quattro piattaforme diverse rende meno di uno shop curato bene su una sola. Le energie sono limitate, e uno shop online ha bisogno di continuità per crescere. Meglio scegliere il marketplace giusto per il proprio tipo di lavoro e concentrare lì tutte le proprie energie.

Per non rischiare di dipendere troppo da una sola piattaforma, però, che come sappiamo potrebbe cambiare le regole da un momento all’altro, il mio consiglio è di costruire uno shop indipendente che ti consenta di avere maggiore autonomia e tranquillità.

Ma quindi, ha ancora senso?

Secondo me ha ancora senso, anche se oggi ci vuole più impegno.

I marketplace sono uno strumento che funziona se si è disposti a studiare il mercato e a creare prodotti di alta qualità che rispondono a esigenze reali.

Pensa a quando fai un acquisto online: vuoi vedere un prodotto da più prospettive, magari un video, tutti i dettagli, le varianti, le istruzioni. E probabilmente vai a leggere le recensioni. Lo stesso fanno i tuoi clienti: chi acquista online oggi è sempre più attento ai dettagli, e di questo bisogna tenere conto.

Un esempio che trovo significativo è quello di Nicky Laatz, una designer che è su Creative Market dal 2012 ed è stata la prima venditrice sulla piattaforma a superare il milione di dollari in vendite. Nel corso degli anni ha continuato a pubblicare nuovi prodotti con regolarità e ha diversificato i suoi canali, affiancando al marketplace anche il proprio sito web. È un caso estremo, certo, ma dimostra che lavorando con costanza e strategia un illustratore freelance può costruire nel tempo una fonte di reddito solida.

L’idea di aprire uno shop, caricare pochi prodotti e aspettare che qualcosa si muova, che anni fa poteva dare qualche risultato, oggi non è più sufficiente. Vendere su un marketplace nel 2026 richiede cura, strategia e continuità. Se si è disposti a metterci questo tipo di impegno, è uno strumento che può funzionare ancora molto bene.

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Ciao, piacere di conoscerti!

Mi chiamo Silvia Bettini e sono un’illustratrice professionista: metto a disposizione le mie competenze artistiche per tirar fuori il tuo talento creativo, migliorare il tuo stile, trasformare la tua passione per il disegno in un vero e proprio mestiere.

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